Silvana Pincolini - Sculture

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Grembi di cielo

Personale di Silvana Pincolini
Galleria Spazio Tadini, Milano
11-29 maggio 2010

Le sculture di Silvana Pincolini è come se giungessero dal passato, sembrano appartenere a civiltà primitive. Ci sottopongono l’osservazione dell’essenziale. Ci ricordano il lavoro dell’uomo e della donna. Ci portano in luoghi dove si usa il fuoco, la terra e l’acqua, dove si plasma con le mani o con attrezzi rudimentali come un martello o un ferro per lavorare a maglia. Ci invitano a un ritorno alle origini, alle forze primordiali, dove maschile e femminile si esprimono attraverso il fare: l’uomo forgia e la donna tesse, l’uomo plasma e la donna sostiene. Un lavoro perpetuo che sembra finalizzato ad un unico scopo: la vita.

Le sue sculture infatti sono come gabbie o teche in cui sono inserite sculture in creta che si lasciano attraversare, sostenere, abbracciare, dondolare. Strutture fragili e plasmabili, simili a organi vitali traspiranti di vita, attraverso le quali può soffiare il vento, può esserci respiro, può tornare a dimora l’anima.

Le opere di Silvana Pincolini sono realizzate con corda, ferro e creta lasciati al grezzo. Questi tre elementi sono lavorati e assemblati in modo da creare strutture d’intreccio. La corda, lavorata a maglia, trova il suo sostegno nelle intelaiature in ferro a forma di parallelepipedo o quadrato. Queste tessiture si tendono e passano dentro e fuori gli spazi definiti dalle strutture portanti. Si intersecano tra loro e attraversano singolari forme in creta. Quest’ultime non sono riconducibili a qualcosa di noto. Evocano sia rudimentali strumenti musicali a fiato che forme organiche. Nel primo caso le tessiture ricordano tensioni utili a modificare suoni o direzioni e si presentano a volte tese, a volte semplicemente basculanti pronte a cogliere forze esterne come spinte esercitate dal vento o dal gesto. Nel secondo caso le corde, tessute a punto dritto e rovescio, entrano e si snodano nelle forme di creta rossastra come se fossero fasci muscolari impegnati a creare o allentare tensioni, pronti all’azione, per rendere vitale una sorta di organo estromesso da un corpo possibile.

Quelle teche, quelle gabbie, a cui questi possibili organi restano legati e ancorati dal lavoro materno, non sono ventri pieni d’acqua, pronti ad attutire colpi e suoni, ma strutture che si lasciano contaminare dall’ambiente circostante e attraversare da forze e da emozioni. Forse non è un caso che le crete somigliano spesso a dei cuori, all’organo del corpo in cui simbolicamente riponiamo le nostre forze emozionali. Cuori strappati e messi allo scoperto, dunque, a nudo, soggetti alle intemperie del tempo e della vita, ma comunque saldi, forti dei legami, forse simbolicamente possibili grazie soprattutto al paziente lavoro delle donne che sanno fare anche di rudi corde maglie che sanno avvolgere e infondere calore come maglioni di lana nel freddo inverno.

In alcuni lavori, gli oggetti in creta di Silvana Pincolini, sembrano essere piccoli gioielli, imprigionati come pesci nelle reti di un pescatore, disarmati, inermi, ma comunque regàli, perché nella loro immobilità colpiscono dritto il tuo sguardo senza pudore a testimoniare l’essere nonostante il divenire.

Melina Scalise